Lou REED

Lou REED
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lunedì 20 marzo 2017

RYAN ADAMS

Ryan Adams 
Prisoner
[PaxAm/ Blue Note
 2017]
www.paxamrecords.com
 File Under: blood on the tracks
di Nicola Gervasini (17/02/2017)
C'è una evidente differenza tra il Ryan Adams degli anni zero e quello degli anni dieci. Laddove un decennio fa assistevamo alle eccitanti continue prove di forza di un artista impegnato a voler dimostrare di poter essere buono per tutti i palati, oggi Prisoner arriva a confermarci che Adams ha deciso di calmarsi, anche se fortunatamente ancora non di fermarsi. Per cui, se prima in mezzo a dischi indiscutibilmente importanti, Adams ci aveva abituato ad uscite risolte in deliziosi esercizi di stile quando andava bene (Jacksonville City Nights), o semplicemente malriuscite deviazioni dal tema quando andava male (Rock And Roll), a partire da Ashes and Fire del 2011 il suo stile si è stabilizzato su quella malinconica canzone a cavallo tra country e indie-folk che aveva trovato in Love Is Hell e Cold Roses la sua realizzazione più convincente.

Persino quando fa gli scherzi ora Adams appare addomesticato e riappacificato, se è vero che anche il precedente 1989 partiva sì da un'idea provocatoria (rifare completamente in chiave rootsy un album pop di Taylor Swift), ma si risolveva in un risultato decisamente poco avventuroso e in tutto per tutto simile alla sua produzione autografa. Chi lo segue ci guadagna una certa nuova e insperata garanzia di qualità, e non si rischiano più fregature tipo Orion del 2010, ma per contro in Prisoner si comincia a respirare quella pericolosa aria di minestra riscaldata ad essere negativi, o di semplice misurato professionismo a riconoscergli comunque il merito di saperci sempre fare un po' più dei suoi colleghi. Che la coperta cominci ad essere corta lo si capisce anche dal fatto che Adams si affretta a sparare subito le cartucce buone, iniziando quello che è a tutti gli effetti uno breakup-record alla Blood On The Tracks dedicato al suo recente divorzio, con il giusto fervore di Do You Still Love Me e con l'eccelsa scrittura della sofferta title-track.

Ma il resto del disco si risolve in una serie di gradevoli dèjà vù, e anche certi arrangiamenti tutto sommato grezzi (Outbound Train) o giocati su riff immediati come Anything I Say To You Know o giri roots risaputi come To be With You, cominciano a dare l'idea che anche in studio l'uomo si accontenti molto di più delle prime versioni partorite. Spero di essere smentito in futuro e di poter un giorno parlare di un Adams degli anni 20 come di una nuova elettrizzante avventura musicale, ma Prisoner sembra davvero il terzo capitolo di un unico album che unisce Ashes and Fire e il disco omonimo del 2014, e probabilmente finirà per rappresentarne l'anello debole. Intendiamoci: non c'è nulla che non vada qui, se non la sensazione che cominci ad approfittarsi anche lui della facilità con cui può offrirci brani che trasudano sofferenza come Breakdown o la struggente We Disappear senza scivolare troppo nel melodrammatico.

E' ancora presto per bocciare un suo disco quando è comunque ispirato, sentito, e pieno di brani di interessanti come questo, ma il suo essere sopra la media sta pericolosamente iniziando ad essere sempre meno evidente.

giovedì 16 marzo 2017

TIFT MERRITT

Tift Merritt 
Stitch of the World
[Yep Roc/ Audioglobe 
2017]
www.tiftmerritt.com
 File Under: Blondes have (no) more fun
di Nicola Gervasini (06/02/2017)
Recensendo Stitch Of The World, sesto album della texana Tift Merritt, il critico Mark Deming si è chiesto "ma come fa a non essere una star una come lei?". Effettivamente la sua notorietà e le sue vendite nel mondo della country-music americana (dove ancora esiste un mercato ricco e album definibili come bestseller) sono state da sempre alquanto inferiori al suo potenziale. Aveva la voce, le canzoni anche radio-friendly, un viso alquanto fotogenico, eppure qualcosa è andato storto fin da subito. La Lost Highway che la scoprì ne intuì il potenziale fin dall'esordio di Bramble Rose del 2002, ma decise che i riscontri commerciali del successivo Tambourine (una grande produzione, e ancora oggi un grande disco) non erano in linea con le aspettative, e così la scaricò brutalmente. Dal 2008 Tift ci ha riprovato prima con una accoppiata di dischi alquanto melodici per la Fantasy (Another Country e See You On The Moon), poi , sconfitta, si è accasata alla Yep a coltivare il suo pubblico di nicchia.

Stitch of The World continua quindi il percorso da country d'autore iniziato con il più che buono Travelling Alone nel 2012, sempre più rivolto alla lezione di Lucinda Williams, e sempre meno votato al voler diventare la Linda Ronstadt degli anni 2000. La produzione è messa nelle mani di Sam Beam (alias Iron&Wine), e in studio girano nomi come Marc Ribot, Eric Heywood e il batterista Jay Bellerose, band di gran livello e produzione che, contrariamente a quanto possiate pensare, la butta sul rigorosamente classico ed evita qualsivoglia stramberia da indie-folk anni zero. Tift ci mette un pugno di canzoni molto personali, scritte nel corso di anni travagliati (ha avuto una figlia a inizio 2016, ma il matrimonio è naufragato pochi mesi dopo), dove resta una vena melodica gentile e mai avventurosa, con melodie che cullano l'ascoltatore come Icarus o My Boat e country-ballad di fine fattura (la title-track o Hearthache Is An Uphill Climb).

Quello che però pare evidente è che stavolta manca qualcosa, forse il brano killer, forse quello che è rimasto nascosto sotto una patina di eccessivo formalismo e professionalità da parte della Merritt, ma anche della band, che sembra eseguire con grande precisione ma poco coraggio un compito più che risaputo. Il risultato è un disco che piace, ma non sfonda le porte dell'anima come seppe fare il suo predecessore, sia quando Tift prova a dare un po' di pepe al sound come in Proclamation Bones, sia quando duetta con Sam Beam in ballatone come Something Came Over Me, niente che Emmylou Harris non abbia già insegnato a fare più di trent'anni fa. Non bocciamo di certo Stitch Of The World, ha i suoi momenti notevoli (Wait For Me ad esempio), ma conferma i limiti di un'autrice che non è riuscita ad essere al 100% né una country-star, né un'autrice guida per le nuove generazioni.

giovedì 9 marzo 2017

MICHAEL CHAPMAN

Michael Chapman 
50
[Paradise of Bachelors/ Goodfellas 
2017]
www.michaelchapman.co.uk
 File Under: I'm afraid of Americans 

di Nicola Gervasini (26/01/2017)
Nel 1973, all'indomani di due album acclamati dalla critica come nuove pietre miliari del cantautorato di marca brit-folk, il britannico Allan Taylor volò negli Stati Uniti per registrare The American Album, un disco concepito a Nashville con musicisti locali. Inutile dire che l'esito di consensi in patria fu disastroso, e che il povero Taylor dovette ritornare sui suoi passi tradizionali in gran fretta. Era quello un disco non perfetto forse, ma davvero lungimirante, perché da molto tempo la stessa strada pare essere battuta anche da molti suoi esimi colleghi. Pensate al Richard Thompson di Electric che si fa produrre sempre a Nashville da Buddy Miller, o pensiamo da oggi anche a questo 50 di Michael Chapman (il riferimento è agli anni di carriera da poco raggiunti).

Uno che nelle interviste, presentando il disco proprio come il personale "American Album", afferma che "da sempre ogni musicista inglese sogna di registrare in America con musicisti americani, esattamente come ogni americano vorrebbe fare un disco ad Abbey Road". 50 in verità è stato registrato in Inghilterra, ma ad aiutarlo in veste di produttore e musicista è stato il giovane yankee-folker Steve Gunn, che gli ha messo a disposizione una band di validi e giovani artisti della propria etichetta. Un tocco di vitalità per un vecchio folker dimenticato un po' da tutti, nonostante l'accoppiata di album Rainmaker (1969) e Fully Qualified Survivor (1970) sia dalle parti del capolavoro, e nonostante tutta la sua produzione degli anni Settanta sia assolutamente da riscoprire e alquanto vicina alla filosofia di John Martyn in termini di commistione di tradizione e suoni e melodie rock. Per chi volesse scoprire quanto sia stato un chitarrista acustico di primissimo livello possiamo consigliare il precedente Fish del 2015 (interamente strumentale) o la raccolta Trainsong: Guitar Compositions 1967-2010 che già segnalammo su queste pagine qualche anno fa.

Ma per chi oggi si esalta tanto per l'avvento di Ryley Walker (noi per primi, come potete evincere dai nostri Poll 2016) o dello stesso Steve Gunn, è obbligatorio provare ad ascoltare questo nuovo album. Composto da brani nuovissimi e da qualche ripescaggio dei suoi vecchi album rinfrescato per l'occasione, il disco offre un sound elettro-acustico che esalta alla perfezione la tecnica di Chapman, ma anche la sua voce, che col tempo ha acquisito ancora più profondità. L'intenzione è quella di dare una visione dell'America di oggi vista da oltremanica, dove anche un brano pessimista e apocalittico come Memphis In Winter (già pubblicato nel 1999 nell'album The Twisted Road) torna di straordinaria attualità, oppure la spietata analisi dei disastri della finanza di Money Trouble. Qui l'America che Trump vorrebbe salvare chiudendosi a riccio nella propria autarchia è una bomba già esplosa economicamente nel 2008, che nessuna amministrazione, buona o cattiva che sia, potrà salvare dal declino.

Una visione velata dello stesso ironico cinismo e sarcastico pessimismo del giovane Dylan che lui stesso cita apertamente nell'apertura di A Spanish Incident (Ramon and Durango). Felici che 50 riporti in auge un artista che ha ancora molto da insegnare; per sapere se poi ha davvero ragione su tutto, ne riparliamo magari fra quattro anni.

lunedì 6 marzo 2017

CARL BROEMEL

Carl Broemel 
4th of July
[
Stocks in Asia/ Goodfellas 
2017]
www.carlbroemel.com
 File Under: My Morning Pedal Steel

di Nicola Gervasini (24/01/2017)
Il futuro dei My Morning Jacket è tutto da scrivere, con un Jim James impegnato a far decollare una carriera solista che non decolla, e una produzione ormai saltuaria che continua a scontentare un po' tutti. Aggregato alla band nel 2005 per riempire ulteriormente il suono dell'album Z, ormai lontano ultimo titolo davvero consigliabile del combo di Louisville, Carl Broemel è stato anche protagonista nei tre dischi successivi (Evil Urges del 2008, Circuital del 2011 e The Waterfall del 2015), garantendo al sound della band di non perdersi completamente nei modernismi cercati da James, grazie alle sue inconfondibili chitarre acustiche e pedal-steel.

Broemel nel frattempo si è mosso anche per conto suo, pubblicando già nel 2010 un album solista che dava seguito al suo esordio del 2004, pubblicato quando ancora militava in band minori come gli Old Pike. Ma è con questo 4th of July che in qualche modo cerca di rassicurare tutti sul fatto che finché c'è lui, i My Morning Jacket non perderanno mai quell'anima "roots" che tanto pesava nei loro esordi. Il disco infatti riunisce le anime di folk tradizionale (Sleepy Lagoon), gli sperimentalismi del gruppo (la lunga title-track) e una ispirazione da indie-folker (Snowflake) in un colpo solo. Interessante, se non fosse che al momento sull'argomento esistono "competitors" ben più incisivi come Ryley Walker o Steve Gunn, giusto per citarne due. Ma è indubbio che il disco serva a riconciliarsi anche con il mondo di Jim James, echeggiato e, se vogliamo, anche proprio imitato, nella bella ballata Landing Gear, che altro non è che il brano che tanto vorremmo risentire dai My Morning Jacket.

Nulla è perduto però, si sa che prima o poi gli artisti tornano sui loro passi, se scoprono che il loro peregrinare in cerca di nuove inspirazioni non sta portando a nulla. E questo 4th of July sarà qui per questo, a ricordare che magari si può ripartire anche da una "simple-silly-song" come In The Dark o anche solo dallo strumentale acustico tutto fingerpicking di Crawlspace per ricostruire quel fantastico "wall of sound" di Americana e psichedelìa varia che avevamo apprezzato ai tempi del monumentale live Okonokos del 2006, dove Broemel fungeva addirittura anche da sassofonista. Qui il sassofono lo tira fuori dalla custodia solo nella finale Best Of, un brano che ci riporta ai tempi di Al Stewart grazie ad un ritornello tenuamente "poppish" e un sound sinuoso e quasi radiofonico. Non basta a fare di 4th of July un disco davvero importante, ma è sufficiente per passare 40 minuti in compagnia di un ottimo musicista.

mercoledì 1 marzo 2017

DR JOHN

Autori Vari 
The Musical Mojo of Dr. John. Celebrating 
Mac and His Music
[Verve/ Universal 2016]

www.nitetripper.com

 File Under: The Night Tripper Celebration

di Nicola Gervasini (12/01/2017)


Il ritmo magari non è più quello di un tempo, ma in epoca di crepuscolo del classic-rock la moda dei tribute-records non sembra conoscere crisi. Il prode Malcolm John "Mac" Rebennack, a voi tutti noto come Dr John (nonostante lui a inizio carriera avrebbe volute essere ricordato come The Night Tripper), ancora non aveva goduto di un simile onore, e visto che nessuno sembrava muoversi in tal senso, si è auto-organizzato un concerto autocelebrativo. Peccato non certo veniale per un artista ormai fondamentale per la musica di New Orleans e non solo, ammesso alla Rock and Roll Hall of Fame nel 2011, e ancora artisticamente vivissimo, se è vero che in questi anni dieci ha prodotto titoli belli e moderni come Tribal (2010) e Locked Down (2012).

Più che di tributo quindi, possiamo parlare di riepilogo di una eredità che resterà sempre imponente. Prodotto e sponsorizzato dal CEO della sua agenzia artistica Keith Wortman (la Blackbird, a cui è stata affidata anche l'organizzazione del mega-tour EVENTO per i 40 anni di The Last Waltz della Band, in partenza proprio in questi giorni), il prodotto prevede due cd e il DVD (o BlueRay se preferite) della serata. Star dell'occasione sono un rispettoso Bruce Springsteen, che duetta con il Dottore in Right Place Wrong Time, un John Fogerty che paga il suo forte debito con la musica del Delta in New Orleans, ma anche altri personaggi della musica roots che hanno impreziosito il menu con splendide (complimenti alla Blow Wind Blow di Jason Isbell), o comunque azzeccate (Back by the River di Ryan Bingham) interpretazioni.

Per il resto la parata prevede un sacco di amici di sempre (i vari componenti della famiglia Neville, George Porter Jr, Irma Thomas, Big Chief Monk Boudreaux, Terence Blanchard e altri), evidenti ammiratori della sua arte come Chuck Leavell, Anders Osborne, Warren Haynes o i Widespread Panic, o presenze sempre gradite come la gran voce di Mavis Staples. Singolare però che la chiusura del concerto John abbia voluto Sarah Morrow, una giovane e avvenente trombonista che lo segue nei suoi due più riconosciuti classici, Such a Night e I Walked on Guilded Splinters. Facile che immaginiate quindi il livello alto della serata, a noi solo il compito di confermare che la registrazione è degna dell'artista "tributato" e soprattutto non si respira mai quell'aria di fastidiosa dovuta presenza per ragioni contrattuali che spesso attanaglia molti tribute-record REGISTRATIin studio.

Per il resto non sto neanche più a dire che spero il disco serva ad incuriosire qualcuno a riscoprire il catalogo del Dottore, uno che ha avuto in carriera alti imponenti e bassi comunque sempre accettabili: so benissimo che voi che comprerete questo album già conoscete le sue canzoni, mentre per i neofiti magari consiglio prima una buona ed esaustiva raccolta. Che il Voodoo ce lo conservi.

:: La scaletta

DISC 1
Right Place Wrong Time - Dr. John and Bruce Springsteen )
Blow Wind Blow - Jason Isbell
My Indian Red - Cyril Neville
Somebody Changed the Lock - Anders Osborne and Bill Kreutzmann
Please Send Me Someone to Love - Dr. John, Aaron Neville and Charles Neville
Junko Partner - George Porter Jr. and Zigaboo Modeliste
Since I Fell for You - Irma Thomas
Stack-A-Lee - Tab Benoit
Life - Allen Toussaint
Street People - Shannon McNally
Goodnight Irene - Dave Malone
Big Chief - Big Chief Monk Boudreaux

DISC 2
Familiar Reality - Widespread Panic
You Lie - Warren Haynes
Traveling Mood - Chuck Leavell
Back by the River - Ryan Bingham
Let's Make a Better World - John Boutté
Lay My Burden Down - Mavis Staples
New Orleans - John Fogerty
COME RAIN ORCome Shine - Dr. John and Terence Blanchard
I Walk on Guilded Splinters - Dr. John and Sarah Morrow
Such a Night - Dr. John and Sarah Morrow

sabato 25 febbraio 2017

JOHN GORKA

John Gorka 
Before Beginning: The Unreleased I Know 

[Blue Chalk/Red House/IRD 2016]
www.johngorka.com
 File Under: The Old New Nashville
di Nicola Gervasini (06/01/2017)
John Gorka non è mai stato troppo amato dai cultori di musica americana italiani, comprese forse anche le nostre pagine. I suoi toni pacati, di scuola James Taylor, lo hanno portato spesso, forse troppo spesso, a produzioni eleganti e formalmente ineccepibili, quanto anche leggermente fredde, quando non proprio noiose. A 30 anni circa dal suo esordio, i meriti del suo songwriting sono comunque riconosciuti, probabilmente perché la presenza di qualche valido seguace la si registra anche negli ultimi anni (uno su tutti: Amos Lee). Alla sua discografia è mancato sicuramente il breakthrough-record da portare nel cuore, persino negli anni 90, quando il suo nome comunque girava spesso tra gli adepti del folk, ma se dovessi consigliare una partenza per neofiti indicherei Out of The Valley del 1994 come l'album della maturità.

I suoi esordi con I Know del 1987 e il più celebrato Land of The Bottom Line del 1990 soffrivano ancora di una produzione un po'troppo studiata e più pop-oriented, la stessa che ritroviamo ad esempio nei dischi di Suzanne Vega e Shawn Colvin del periodo. Ma su I Know ora ci svelano un segreto: quello che già conosciamo fu la ri-registrazione di un album in verità già confezionato a Nashville con il produttore Jim Rooney (collaboratore stretto di Nanci Griffith, John Prine e Townes VanZandt), e pronto alla pubblicazione già nel 1985. E basta ascoltare questo Before Beginning: The Unreleased I Know[Nashville, 1985] per capire cosa è successo: il disco, registrato con uno stuolo di scafati session-men di Nashville, e impreziosito dalle voci di Shawn Colvin e Lucy Kaplansky, ha un bellissimo suono elettro-acustico che nel 1985 rappresentava davvero una rivoluzione, quanto però esattamente l'antitesi di quello che la country-music stava proponendo in quegli anni, in cui anche artisti come Emmylou Harris o Willie Nelson avevano provato ad aggiornare il proprio suono.

Per cui è logico pensare che per l'esordio, datato poi 1987, la casa discografica pretendesse suoni più moderni. Anche perché nel 1985 il mercato di queste canzoni era ancora relegato al solo giro della country-music, ma nel 1986 uscirono tutti in una volta gli esordi di Lyle Lovett, Steve Earle e Dwight Yoakam, e già l'anno successivo il mercato si era aperto ad un pubblico più rock-oriented. I Know, in questa prima versione, ha invece un suono molto variopinto, con fiati (nella title-track), violini (Out Of My Mind), sonorità che richiamano addirittura il New-York sound del Billy Joel di fine anni settanta (Downtown Tonight), oltre che un pugno delle sue inconfondibili ballate acustiche, tra cui spicca la splendida Geza's Wailing Ways. Viene quasi da pensare che probabilmente anche il resto della sua carriera sarebbe potuta essere leggermente diversa se I Know fosse uscito così, con questo sound già maturo, e che potremmo anche vedere come precursore del lato più soft e intimo del Ryan Adams che verrà. Invece Gorka sarà instradato verso lidi più auto-condiscendenti e di compromesso, facendo della semplicità una virtù invero non sempre così vincente.

Lo consiglio a chi non è mai andato troppo d'accordo con la sua produzione, ci troverete lo stesso artista leggero e sensibile di oggi, ma con tante idee in testa in più.

martedì 21 febbraio 2017

ROLLING STONES

Vederli invecchiare con dignità: è questo il sogno nascosto di ogni fan dei Rolling Stones. Magari seduti sulla più classica delle sedie a dondolo, in veranda, intonando vecchi blues con il poco fiato rimasto in gola. Le cose non stanno andando esattamente così: di fiato i quattro baldi vecchietti ne hanno ancora da vendere, ed è per questo che, anche se hanno ormai smesso da più di dieci anni di produrre nuove canzoni, ancora non sono finiti i faraonici greatest-hits tour a uso e consumo delle grandi masse. Ma le sedie sulla veranda non dondolano a vuoto: per tre giorni, alla fine del 2015, i quattro le hanno occupate per registrare nei British Grove Studios (il proprietario è Mark Knopfler) un piccolo revival-set di pezzi blues, e hanno pubblicato il tutto senza aggiunte nel nuovo album Blue And Lonesome (Polydor). Il rischio di una baracconata di fine carriera era alto, magari con una kermesse di ospiti inutili e una scaletta fatta di classici abusati e iper-noti.  Invece i quattro si sono fatti aiutare solo dagli amici più fidati (il produttore è sempre Don Was, e come al solito ci sono Darryl Jones al basso e Chuck Leavell al piano), e da un Eric Clapton presente giusto perché stava registrando nello studio accanto, e pareva brutto non invitarlo. E la scaletta è fatta di pezzi per veri intenditori del settore, con brani di Willie Dixon (ben due a chiusura del tutto, tra cui una devastante I Can’t Quit You Baby), Magic Sam (All Of Your Love, una delle sorprese migliori dell’album), Little Walter (I Gotta Go e Hate To See You Go), Memphis Slim (sua la title-track) e altri. Che sono poi quelle stesse canzoni che il giovanissimo Jagger portava sotto braccio nella stazione di Dartford quel  fatidico giorno del 1960, quando incontrò nuovamente il vecchio compagno di scuola Keith Richards, e insieme decisero di fondare una band per poterle suonare. Un cerchio che si chiude, ma più che altro una sentita e genuina rimpatriata tra musicisti ormai votati al freddo professionismo dei tour di rappresentanza, ma che sotto sotto restano prima di tutto dei grandi amatori della musica del diavolo. Certo, stavolta mancherà il singolo che finirà nelle pubblicità dei telefoni (come accadde con Streets Of Love nel 2005), ma chissà mai che anche Just Your Fool di Buddy Johnson, e soprattutto Ride’em Down di Eddie Taylor, possano raggiungere qualche giovane, anche grazie al video della seconda, che vede protagonista una irriverente e scatenata Kristen Stewart. Da notare anche come sia l’album che più evidenza la grandezza di Mick Jagger come perfomer di genere, vero mattatore con voce e armonica, felice di realizzare finalmente quel  disco che aveva pensato nel 1992 con i Red Devils, ma che mai vide luce. Keith Richards invece si mette al servizio della band, rinunciando persino a cantare almeno un brano come d’abitudine: sarà che il blues chiede disciplina e rispetto dei ruoli, sarà che questo è da sempre il vero schema vincente dei Rolling Stones.

Nicola Gervasini

giovedì 12 gennaio 2017

GREG LAKE

Se ne è andato lo scorso 7 dicembre a 69 anni Greg Lake, bassista del gruppo progressive più discusso degli anni settanta, nonché una della poche eccezioni al luogo comune del bassista silenzioso e fuori dalle luci della ribalta. Nella chimica degli Emerson, Lake & Palmer, se Keith Emerson era la funambolica star, lui era il vero motore creativo, o se non altro l’unico in grado di scrivere grandi canzoni oltre che complicate partiture, come dimostrò con Lucky Man o From The Beginning. Ma prima degli ELP lui aveva già volato altissimo nella prima incarnazione dei King Crimson, in cui militò giusto in tempo per lasciare lo zampino in capolavori come Epitaph. Sciolti gli ELP, negli anni ottanta la sua carriera deragliò, prima con un paio di tentativi solisti al limite dell’hard rock con il chitarrista Gary Moore, poi con gli improbabili tentativi di reunion (prima gli Emerson, Lake and Powell, poi l’infelice comeback della formazione originale negli anni novanta), vivendo di revival-tour e ingaggi da session-man di lusso. Nel gennaio del 2016 il prestigioso Conservatorio Nicolini di Piacenza gli ha assegnato una Laurea Honoris Causa per il talento compositivo, unico autore rock ad ottenerla insieme a Peter Hammill, e non è detto che due mesi dopo il nemico/amico Emerson, uno che per tutta una vita ha cercato il riconoscimento del mondo classico, non sia morto anche un po’ roso dall’invidia.
Nicola Gervasini


venerdì 6 gennaio 2017

AMANDA BERGMAN

Amanda Bergman 
Docks
[
Ingrid/ Goodfellas 
2016]
www.amandabergman.se
 File Under: Coming from the cold

di Nicola Gervasini (14/12/2016)
Non deve essere facile chiamarsi Bergman in Svezia, e pretendere di essere facilmente riconosciuta. Per fortuna di Amanda il suo ambito non è il cinema, regno delle due maggiori icone artistiche del popolo svedese (Ingrid e Ingmar), bensì la musica, ma è significativo che anche lei per i suoi primi passi avesse scelto vari nickname (Hajen, Jaw Lesson), fino ad adottare il nome d'arte di Idiot Wind per le prime prove discografiche, nome la cui derivazione spero di non dover spiegare proprio su queste pagine. Le connessioni dylaniane non finiscono qui, visto che Amanda è stata moglie di Kristian Matsson, meglio noto come The Tallest Man on Earth, uno che con i dylanismi ci ha campato fin da sempre.

Dal 2013 però Amanda ha intrapreso una doppia nuova carriera: da un lato la band degli Amason (che in Svezia godono anche di buone vendite), dall'altro l'avventura a proprio nome, che dopo un paio di singoli, trova il suo completo esordio con questo Docks. Dove il riferimento non è certo Dylan, quanto il più classico folk etereo di marca scandinava alla Emiliana Torrini o Sophie Zelmani, per tirare in ballo voci femminili alquanto simili, o alla Josè Gonzalez, per trovare un riferimento musicale ancora più adatto. Potere ai silenzi, ai tempi lenti, ai suoni elettroacustici, al sussurrato e al solito pizzico di elettronica: la Bergman utilizza l'intero campionario dell'indie-folk degli ultimi anni, come anche la batteria martellante di Flickering Lightsche tanto ricorda il drumming di molte canzoni dei War on Drugs. E' questo il primo sussulto di ritmo e di melodie anche alquanto pop (il brano è l'ultima collaborazione registrata con l'ex marito Matsson), dopo che la sequenza di brani inziali cerca atmosfera (GoldenTaxis) o autorialità (FalconsQuestions) con mestiere ma sempre troppi sussulti.

Dosato tra sensazioni maloniche tipiche della scena scandinava (Sirens) e momenti di folk più leggero e scanzonato alla SuzanneVEGA (Windshield), il disco si ascolta con piacere, anche se i brani fanno una certa fatica ad imprimersi nella mente, come se sul tutto si fosse posata una patina impenetrabile di freddezza. Il modo di cantare della Bergman è matematico, senza tentennamenti, come se le emozioni raccontate nei testi venissero ripulite prima di arrivare alle nostre orecchie, e questo è il difetto più evidente di Docks. Forse proprio nella bonus track Desolation si lascia finalmente un po' andare, ma proprio la collocazione quasi nascosta della canzone rende bene chiaro che un po' quasi se ne vergogna.

Interessante, ma a questo punto della ormai lunga e autorevole storia del folk nordeuropeo, servirebbe qualche slancio creativo in più per uscire allo scoperto.

mercoledì 28 dicembre 2016

GIORGIA

Il luogo comune che perseguita Giorgia da tanti anni è quello di una grande vocalist che ha scelto spesso produzioni al di sotto delle sue qualità. Non è sempre stato vero, ma anche Oronero (Microphonica),  suo decimo album di inediti in 22 anni circa di carriera, sembra voler confermare il suo status di artista sempre in bilico tra il mondo della canzone italiana più facile e quello dell’innegabile autorialità delle sue canzoni. Questione di uomini giusti forse (ancora una volta fa tutto Michele Canova Iorfida, collaboratore stretto di Tiziano Ferro e Jovanotti), ma anche questi 15 brani fanno capire che sebbene ci sia della vera sostanza dietro il fatto di avere una gran voce e saperla pure usare bene, ancora troppe volte gli arrangiamenti cercano la via più scontata e modaiola. Provo ad esempio immaginare ottimi brani come Posso Farcela, Tolto e Dato, o la stessa Oronero,  con una band che vada oltre lo schema batteria elettronica/piano/tastiere maestose, e un po’ di rammarico rimane. O magari immaginare Regina di Notte  con un taglio gospel alla Nessun Dolore di Lucio Battisti, invece sentirla immersa in battiti e trattamenti vocali elettronici da discoteca. Nessuno si aspetta che Giorgia si metta a fare album da chanteuse naïf alla Nada, ma da quella che potremmo con gran rispetto considerare la Mina degli anni 2000, qualche prova di coraggio in più sarebbe ora di pretenderla.

Nicola Gervasini

mercoledì 14 dicembre 2016

MACY GRAY

Macy Gray Stripped
[Chesky/ IRD 2016]
www.macygray.com

 File Under: strange fruit

di Nicola Gervasini (21/11/2016)
Non è certo una nostra abitudine parlare di Macy Gray su queste pagine. Non per spocchia nei confronti di una delle più talentuose black-singers degli anni 2000, quanto per coerenza di genere trattato. Decidiamo di farlo ora, nell'occasione della pubblicazione di Stripped, suo decimo album, perché spesso qui dentro abbiamo notato quanto la musica americana delle radici e jazz siano spesso vicini, e mi viene in mente un personaggio come Joe Henry, come esempio di chi ha saputo fare bene in entrambi i campi. Stripped è già stato presentato come "l'album jazz" di Macy Gray, quasi fosse una rottura con il suo passato, quando lei stessa va citando da sempre Billie Holiday quale modello di vita e artistico.

Semplicemente, dopo il clamoroso botto fatto nel 1999 con l'album d'esordio On How Life Is (dieci milioni di copie vendute), il suo successo è andato via via scemando, complice anche una sua scelta musicale spesso troppo "alta" per i gusti dei giovani, ma ancora troppo lontana dai gusti dei vecchi amanti di jazz e classic rock, che certe concessioni al pop mica le perdonano. Stripped salta il fossato e si schiera fieramente per la tradizione, grazie ad un quartetto jazz da club formato da Ari Hoening alla batteria, Daryl Johns al basso, la dolce chitarra di Russell Malone e il trombettista decisamente "alla Chet Baker" Wallace Roney, e ad una registrazione effettuata in due serate in una chiesa sconsacrata di Brooklyn, quasi fosse un suo personale Trinity Session alla Cowboy Junkies.

Il feeling è da "buona la prima", ma precisione e dettagli sono quelli da registrazione in studio, e questo rende l'album formalmente impeccabile, anche se forse privo di quell'improvvisazione che si richiederebbe ad un vero album jazz. Il menu è vario: ci sono pezzi del suo passato riletti in chiave jazzy come la superhit I Try, o Sweet BabyShe Ain't Right For YouThe First Time Slowly, accanto a composizioni nuove come l'ottima Annabelle che apre il disco, e brani come The Heart o Lucy, dove si sente quanto siano nati appositamente per il progetto. Non potevano mancare le cover, e se con Redemption Song di Bob Marley è impossibile sbagliare in qualunque chiave la si rilegga, curiosa invece e la trasformazione da club di Nothing Else Matters dei Metallica, solito gioco alla "famola strano" che in qualche modo funziona (lei aveva già affrontato il brano nell'album Covered del 2012).

In ogni caso il disco è piacevole, e anche i vecchi brani della Gray reggono bene, quasi che lei abbia voluto dimostrare che un artista si esprime con un proprio stile particolare e personale, ma per farlo bene deve avere le basi e il background classico (una lezione per le giovani leve che non hanno né background, né stile personale). In fondo anche Picasso ha dipinto quadri di figurativo, e pur non essendo famoso per quelli, non è detto che non siano validi. Consigliato per serate d'atmosfera.

lunedì 5 dicembre 2016

LEONARD COHEN

Leonard Cohen
You Want It Darker
(2016, Columbia Records)
File Under: it’s a good day to die

“Sono pronto, Mio Signore” recita il chorus di You Want It Darker.  E senza ovviamente augurarci che sia vero, stavolta però un po’ c’è da credere alla propria auto-profezia di morte dell’ultraottantenne Leonard Cohen. Ma magari, e lo speriamo, è solo un altro dei suoi scherzi. Già una volta ci aveva gabbato, quando nel 2004 aveva pubblicato in gran fretta Dear Heather, quasi un’opera lasciata incompiuta per mancanza di futuro, con un clima generale da triste commiato che faceva pensare ad un canto del cigno non troppo glorioso, visto che il disco è indubbiamente il suo peggiore ad oggi. Invece Leonard è rimasto vivo e vegeto, e con You Want It Darker completa una ideale trilogia del rapporto con la morte iniziata nel 2012 con Old Ideas e proseguita con Popular Problems del 2014. Che ci siano anche qui grandi testi e brani memorabili non è una sorpresa (semmai nel 2004 lo fu trovarne troppo pochi), e neppure che l’appuntamento con la morte sia descritto attraverso una religiosità tutta sua (Treaty). Non cambiano nemmeno le melodie, ormai costruite intorno alla sua voce sempre più bassa e cavernosa, ma la novità, purtroppo forse un po’ tardiva, è quella di avere finalmente un produttore degno del suo nome. E pensare che ce l’aveva in casa uno in grado di mettere in piedi una strumentazione e un suono che non sembrasse quello di un piano-bar da matrimonio (più che con Patrick Leonard, che nei due lavori precedenti già aveva migliorato di molto le cose, me la prendo con le scellerate produzioni di Sharon Robinson). Posso capire che Cohen fosse un po’ restio a contattare grandi produttori, visto che quando lo fece con Phil Spector, non finì tanto bene (anche se sarebbe ora di dire che Death Of A Ladies’ Man aveva un suono forse troppo pieno rispetto al quasi vuoto a cui i suoi fan erano abituati con i suoi primi quattro album, ma di certo non era una schifezza), ma forse poteva anche pensarci prima. In ogni caso il figlio Adam non fa niente di particolare: un coro lì (On The Level), un bell’incipit di chitarra a seguire l’emozionante lettera di commiato di Leaving The Table, un organo a segnare If I Didn’t Have your love, un violino tzigano che duetta con un mandolino e un wurlitzer in Traveling Light. Adam non ha bisogno di strabiliare, solo attua sul padre una cura che ci era già piaciuta in occasione del suo ultimo album We Go Home del 2014 (recuperatelo che ne vale la pena). Ma visto che la scrittura del padre è davvero sempre più oscura e lenta, lui almeno gioca sulla varietà, inventandosi un bellissimo coro muto a far da tappeto a It Seemed the Better Way invece della solita anonima tastiera. Leonard da parte sua ci mette sentimento (Steer Your Way si regge sulla sua recitazione) e una penna che non ha mai perso colpi (anzi, Bob Dylan in una intervista lo ha omaggiato come grande costruttore di melodie, dichiarando tra l’altro di apprezzare molto anche la sua produzione più tarda). E’ vero,  lo volevamo ancora più oscuro, e ci ha accontentato. Ma la prossima volta lo vogliamo ancora più vivo.

Nicola Gervasini

giovedì 1 dicembre 2016

RACHEL YAMAGATA

Rachel Yamagata
Tightrope Walker
(2016, Frankenfish records)
File Under:
Non nascondo una certa delusione per come si sta sviluppando la carriera di Rachel Yamagata. Oggi non è facile per nessuno fare il salto di qualità, ma lei nel 2008 era proprio lì, sulla punta del trampolino, pronta a tuffarsi non tanto in un mare di vendite, quanto però ad entrare nel club dei nomi di punta del nuovo indie-folk statunitense. Allora il suo secondo album Elephants...Teeth Sinking into Heart era piaciuto, conteneva alcuni pezzi di livello superiore misti ad altri più indecisi, ma complici anche le buone frequentazioni del periodo con Ryan Adams, Conor Oberst, Ben Arthur e Ray Lamontagne, il suo sembrava un nome da segnarsi nella prima pagina delle proprie future whishlist. Invece da allora è uscito solo un disco secco e poco significativo come Chesapeake, oltre a pubblicazioni autoprodotte e vendute tramite il suo sito, e anche lei è rimasta impantanata nella difficile vita del musicista fuori-mercato. Tightrope Walker arriva con l’evidente intento di recuperare un po’ di terreno: è un disco lungamente pensato (due anni di gestazione), puntigliosamente prodotto, e cerca fin dalle prime note alla Joe Henry della title-track di sembrare importante e autoriale, anche nel senso più spocchioso del termine. Arrangiamenti barocchi e pesanti anche per l’episodio di dark-elettronica di Nobody, episodio in cui la Yamagata fa l’occhiolino alla PJ Harvey degli anni 90, mentre EZ Target fa incetta di rumori e si poggia su un minaccioso giro di mandolino alla 16 Horsepower , e Over affoga una melodia da pop anni 90 in un mare di effetti. Proprio quando si è indecisi se accettare o no questa sua nuova versione da Black-Vamp, il disco cambia registro, si apre ad arrangiamenti più classic-rock, con una Let Me Be Your Girl che sembra rubata ad un disco di Joss Stone, con i suoi fiati e i suoi cinguettii soul-rock. Break Apart gioca la carta dello smooth-jazz moderno, I’m Going Back rigira il mazzo con una orchestrazione da colonna sonora e una piano-ballad che non può far pensare a certi successi di Adele, Rainsong tiene basso il ritmo con una dolce e tetra ballata che ricorda molto certi ispirati momenti dei Walkabouts. E infine Black Sheep viaggia ancora nell’oscurità ma con sonorità più acustiche, ed è solo con la finale Money Fame Thunder che la Yamagata finalmente non perde di vista la canzone, anche se una batteria pesante da new wave primi anni ottanta continua ad invadere un po’ le frequenze. Ci avete capito qualcosa su cosa vi aspetta? Immagino di no. Qui sta il problema: è brava la Yamagata, ma Tightrope Walker confonde alquanto le idee su cosa e chi voglia diventare da grande, e visto l’ingente sforzo produttivo profuso e le troppe idee spese, ha tutta l’aria di poter essere la sua occasione persa.

Nicola Gervasini

lunedì 28 novembre 2016

TODD SNIDER

Todd Snider
Eastside Bulldog
(2016, Aimless Records)
File Under:  Once we were Warriors

Voglio bene a Todd Snider. Che non fosse un genio lo si era capito subito in quel lontano 1994, ma il suo esordio Songs From The Daily Planet fu uno dei migliori esempi di quel cantautorato americano che si stava rimodernando e tentava di costruire una parvenza di nuova onda. Oggi i protagonisti di quella stagione di importanti esordi (cito a caso Dan Bern, Matthew Ryan, Phil Cody, Bocephus King, Richard Buckner, ma vi rimando al nostro speciale sui dischi da Strade Blu degli anni 90 per un elenco esaustivo) sbarcano tutti il lunario a fatica, tra produzioni casalinghe senza possibilità di fare storia, e una generale depressione creativa. Non fu però un fuoco di paglia, la stoffa in questi autori c’era eccome. Snider la dimostrò ancora, se non altro come fustigatore della società americana, e perlomeno fino a Devil You Know del 2006. Musicalmente sempre fin troppo prevedibile ed elementare, Todd ha sempre avuto almeno dalla sua la penna tagliente, votata ad una satira vicina a quella del grande Mojo Nixon. Non a caso è un discepolo di John Prine, uno che però ha saputo scrivere anche brani immortali senza per forza buttarla sempre sul ridere, e che ha anche avuto produzioni e produttori importanti. Snider invece da troppi a dischi a questa parte è diventato solo uno dei tanti mal-sopravvissuti alla distruzione dell’impero del mercato discografico statunitense, e lui certo non aiuta se poi cerca nuova linfa con un prodotto come Eastside Bulldog. 10 brani, 25 minuti, fate voi il conto della media per brano. E sono dieci scherzi di vintage-rock anni 50 riletti con apparente modernità, nulla che il Ben Vaughn dei tempi d’oro non abbia già fatto con ben più talento e convinzione, e che costituiscono l’ossatura del repertorio proposto già da qualche anno da Todd nelle vesti del suo alter ego Elmo Buzz, improbabile versione anni 2000 di un emulo di Hank Williams. Pensare che dobbiate spendere soldi per un prodotto così minore è davvero difficile, e,  al netto del divertimento di sentire Todd in nella insolita veste di un Eddie Cochran in vena di gag, il disco non merita davvero troppi ascolti. Anche perché in questi nove brani (il decimo è pure uno strumentale, guarda caso intitolato Bocephus) non si ravvisano neanche tracce delle ficcanti invettive che restano in fondo la vera ragione di continuare a seguirlo, ed è lo stesso Todd ad ammettere che i testi non sono altro che improvvisazioni fatte in studio a imitazione e scherno dei classici del rock and roll. Ah Ah Ah!  Provo a sorridere a denti stretti, ma solo per pochi minuti, perché poi riprendo in mano la mia copia autografata di Step Right Up, e un po’ mi viene di piangere.

Nicola Gervasini

giovedì 24 novembre 2016

Nick Cave & The Bad Seeds

Nick Cave & The Bad Seeds
Skeleton Tree 
[Bad Seed LTD 2016
]
www.nickcave.com
 File Under: Death is not the end
di Nicola Gervasini (21/09/2016)
Quando leggerete questa recensione, Skeleton Tree sarà già uscito da molti giorni, e avrete già letto non una, ma parecchie critiche entusiastiche, con lodi sperticate al limite di un servizio RAI di Vincenzo Mollica. Giusto: Nick Cave, dopo un decennio di leggero appannamento, è decisamente tornato in forma, e anche questo è un disco importante e, a suo modo, bello. Potremmo entrare nel merito dei singoli brani, ma ripeteremmo discorsi sull'esorcizzazione della morte (quella di suo figlio), sulla musica come surrogato del lettino dello psicoanalista, e sul rumore che produce un'anima sventrata dalla tragedia. I dischi di Cave non sono certo mai stati allegri, da un lato vuoi per la naturale propensione della sua voce e del suo teatrale cantato al melodramma, dall'altro per la sua visione della morte come punto focale di ogni vicenda umana.

Ma, toccato nel personale, Cave si è liberato di tutte le voglie di uscire da quel suono oscuro che ha caratterizzato la sua altalenante produzione degli anni zero, e ha composto otto brani ancora più lenti e tetri del precedente Push The Sky AwayJesus Alone è un singolo decisamente anti-hit, quasi uno spoken-blues, con uno uso di tastiere e sintetizzatori maggiore del solito (Warren Ellis è il vero Deus ex machina produttivo), sui quali poggia anche la successiva Rings Of Saturn. Degli otto brani, alcuni sono funzionali all'idea di fare un disco che sia una vera e propria marcia funebre (Magneto e Anthrocene sono semplici recitati su tappeto sonoro), altri invece dimostrano un autore comunque in stato di grazia (Girl In AmberI Need You). Per quanto resterà un disco importante nella sua discografia, quando passerà lo shock emotivo di un album così "pesante", noteremo magari che il precedente era più vario e meglio strutturato, e che il capolavoro Cave lo aveva saputo fare con "Boatman's Call", dove affrontava gli stessi temi curando molto anche la costruzione di vere e proprie canzoni, e di quelle ci ricorderemo sempre tra qualche anno, non di queste.

Ma un'altra discussione che lancerei è capire come mai gli unici due album che sembrano aver messo d'accordo tutti nel 2016 facendo gridare al capolavoro (questo e Blackstar di David Bowie), siano dischi egualmente lugubri e dedicati alla morte, accomunati da una caparbietà nel crogiolarsi nel dolore da far sembrare "Magic And Loss" di Lou Reed un party-record. Sembra quasi che in assenza di idee nuove, il rock classico possa trovare alti livelli solo scendendo negli inferi del proprio male, e se questo almeno ci garantisce sul fatto che ancora qualcosa di importante ci sia da dire, dall'altro ci fa domandare: visto che ai tempi di Elvis tutto era nato per parlare di ragazze, sesso e automobili, ci sarà mai qualcuno ancora in grado di farci gridare al miracolo con una canzone che semplicemente vuole far ballare e venir voglia di scopare?

martedì 22 novembre 2016

IAN HUNTER

Ian Hunter & The Rant Band
Fingers Crossed 
[Proper 2016
]
www.ianhunter.com
 File Under: Dandy's rock
di Nicola Gervasini (16/09/2016)

Bando alle ciance: un nuovo album di Ian Hunter si compra a scatola chiusa. Inutile leggere recensioni, fare preascolti o chiedere pareri agli amici. Potremmo anche dire che è inutile anche parlarne dopo, per cui questa recensione potrebbe anche chiudersi con un semplice "Hey ragazzi! " - anche se so che voi che leggete ragazzi non lo siete più da tempo - "E' uscito il nuovo album di Ian Hunter, buon ascolto e viva il rock and roll!". Se poi qualcuno di voi osa anche solo chiedere "Ian chi?", se ne vada che qui non è posto per lui. Se poi proprio in queste pagine Ian Hunter è sinonimo di musica doc garantita è anche perché dopo avere da sempre tenuto i piedi in due scarpe (quella del brit-rock di origine glam, e quella di un rock americano quasi roots), in questi suoi ultimi anni il vecchio rocker ha abbracciato soprattutto il secondo ambito con dischi come Shrunken Heads e Man Overboard.

Fingers Crossed arriva quattro anni dopo When I'm President, e continua il sapiente amalgama di suoni USA e reminiscenze dei Mott The Hoople proposto dal suo predecessore. Non potrebbe essere altrimenti un album che inizia con una That's When The trouble Starts che pare un vecchio sguaiato singolo degli Sweet, o che continua con Dandy, dedica allo scomparso David Bowie che, giocando sul vero cognome, inizia con una bella citazione di Dylan (Something is happening Mr. Jones, My brother says you're better than The Beatles or The Stones). Anche Ghosts (cronaca di una visita negli studi della Sun Records) e la bella title track sembrano ricercare la vecchia verve rock di un tempo, ma già White House la ributta sull'american folk, e sulla stessa strada corre anche Bow Street Runners, brano che potrebbe appartenere a un qualunque cantautore di Austin.

Con Morpheus Ian torna a giocare con sontuose orchestrazioni, con risultati sempre soddisfacenti pur nella voluta pomposità del brano (e soprattutto dell'assolo un po' alla Queen). Anche Stranded In Reality è una ballata pregna di chitarre acustiche molto significativa, piccolo punto della situazione di una lunga carriera (il titolo è anche quello di un mega-cofanetto di 30 cd che racchiude tutta la sua discografia in uscita proprio in questi giorni). E singolare che proprio dopo un brano che guarda al passato, ne arrivi uno che si intitola You can't Live In The Past, altra ballatona che prelude allo scanzonato finale di Long Time, sortita in chiave Kinks a chiusura di un album che, manco a dirlo, convince, diverte, e offre il solito campionario di canzoni scritte come il Dio Rock comanda.

E il solito caro vecchio rock and roll, ma che il tempo ce lo conservi sempre così.

mercoledì 16 novembre 2016

Beach Boys/Brian Wilson in 10 dischi

Beach Boys/Brian Wilson in 10 dischi

1)      Beach Boys - The Greatest Hits – Volume 1: 20 Good Vibrations (Capitol, 1995)
Tra il 1962 e il 1965 il surf-rock dei primi Beach Boys ragionava in termini di 45 giri, ed era la musica dei giovani americani che, ancora ignari di quello che il Vietnam gli avrebbe riservato, se la spassavano tra mare, surf e i primi bikini. E restano i Beach Boys più noti al grande pubblico.
2)      Beach Boys - Pet Sounds  (Capitol, 1966)
Il capolavoro in cui Brian Wilson ha insegnato al mondo come realizzare musica lavorando in maniera maniacale sulla (sovra)produzione, sul riempire ogni spazio, sullo studiare ogni particolare. Keith Richards lo detesta per questo, ma non esiste musicista che non lo abbia studiato, ammirato, e infine imitato.
3)      Beach Boys - Smile – (Capitol, 1967, pubblicato solo nel 2011)
10 mesi di registrazioni solitarie di un Brian Wilson in piena estasi creativa diventano il primo Lost -Record della storia. La Capitol, nonostante il potentissimo singolo Good Vibrations, lo rifiuta, lo fa riregistrare, e pubblica l’addomesticato Smile Smiley. Ed è già la fine dei Beach Boys di marca Brian Wilson.
4)      Beach Boys - Sunflower  (Capitol ,1970)
Quarto album di fila a non essere più prodotto dal solo Brian Wilson, ormai destituito dal ruolo di leader a favore di una democratica condivisone dei compiti, Sunflower mette ordine nella confusionaria produzione di fine anni sessanta. Brian recupera qualche vecchia brillante idea, e torna grande.
5)      Beach Boys - Surf’s Up  (Capitol ,1971)
Ad un titolo che sembra richiamare i loro scanzonati esordi, fa da beffardo contraltare una oscura copertina degna di una band heavy metal. I deliri di Wilson tornano a governare, ma intorno a lui sono intanto cresciuti anche gli altri, per quello che è il loro capolavoro della maturità.
6)      Beach Boys - Love You (Reprise, 1977)
Il titolo originale doveva essere “Brian Loves you”, ma ancore una volta la band si appropria di un progetto solista dell’insicuro Brian. Disco delirante, visionario, con pesanti sperimentazioni elettroniche che quasi anticipano la new wave. Wilson evidentemente non voleva morire cantando canzonette, ma il disco fu un flop.
7)      Brian Wilson – Brian Wilson (Reprise,1988)
Il primo vero album solista arriva solo nel 1988, con orrenda copertina adatta ai tempi, e addirittura il proprio terapista tra i contributori in sede di scrittura. Troppi produttori, troppi session men, troppa attesa, eppure resta il più completo catalogo della sua idea di pop.
8)      Brian Wilson - Brian Wilson Presents Smile (Nonsuch, 2004)
37 anni dopo Smile, Brian decide di riappropriarsi della propria opera perduta, riregistrandola con lo stesso stretto collaboratore di un tempo (Van Dyke Parks). Scommessa vinta: il disco suona moderno anche nella sua nuova veste, la nostalgia sta all’angolo, il genio finalmente si esprime.
9)      Brian Wilson – That Lucky Old Sun (Capitol, 2008)
Quando forse nessuno ci sperava più, e prima di capitalizzare il suo buon nome mettendosi al servizio della Walt Disney, Brian realizza il suo progetto solista più riuscito e più vicino a quell’idea di pop da larghe intese che tenta di realizzare da decenni.  E non è mai troppo tardi.
10)   Beach Boys - That's Why God Made the Radio (Capitol,2012)
Brian produce e in qualche modo scrive una riconciliatoria tarda opera in cui sembra arrendersi all’idea di essere comunque un membro di una band. Praticamente i Beach Boys che imitano i Beach Boys, ma essendo una rimpatriata fatta per sostenere un nostalgico tour, poteva anche andare peggio.