lunedì 12 marzo 2018

GUY LITTELL


Guy Littell 
One of Those Fine Days
[AR Recordings 2017]

guylittell.wordpress.com

 File Under: Neil Young si è fermato ad Eboli

di Nicola Gervasini (24/01/2018)


Il cognome deriva da uno dei personaggi di American Tabloid di James Ellroy (Ward Littell), ma il nome di battesimo rende il tutto ancora più simile ad un protagonista della scena di Austin. Guy Littell però è italianissimo, viene da Torre del Greco e all'anagrafe fa Gaetano Di Sarno. Attivo da ormai quasi dieci anni nel mondo del folk nostrano, Littell ha alle spalle una discografia composta da un Ep di esordio (The Low Light & The Kitchen, 2009) e due album (Later del 2011 e Whipping the Devil Back del 2014, in cui compariva anche Steve Wynn all'armonica), in cui già traspariva la sua cultura fatta di musica americana, ma anche un grande amore per i suoi protagonisti più stralunati e sofferti come Sparklehorse o Elliott Smith.

E da qui parte anche il nuovo disco One Of Those Fine Days, da una So Special che sfrutta al meglio una vocalità per nulla impostata e portata ad evidenziare i toni striduli, ma con un arrangiamento decisamente da rock cantautoriale della scena post-grunge degli anni 90. Cheatin Morning, con il suo giro alla Byrds, riporta però già il tutto alla tradizione e a quella evidente influenza di Neil Young che caratterizza, a volte un po' al limite della piena riverenza, tutto l'album. E non è finito qui il giro dei rimandi, con Better For Me e New Records And Clothes che guardano a Ryan Adams (anzi, la seconda, con il suo piglio da rock stradaiolo, direi quasi più a Jesse Malin). Love It è più da cantautore classico mentre Song From A Dream viaggia su coordinate springsteeniane. Molto interessante Don't Hide, ballata con sempre Neil Young nel motore, ma con un sound e una struttura che ricorda un po' certi dischi anni 90 di band come gli Slobberbone, mentre No More Nights meritava forse qualche rifinitura in più nella parte vocale, che cerca volutamente i Dinosaur Jr. dell'era Where You Been.

Ma qui sta il pregio e il limite del disco, che cerca anche in studio l'immediatezza live di un suono che fa del suo essere grezzo un vanto, come ha da tempo insegnato il maestro Neil, il tutto però un poco a discapito dei particolari o, come proprio nel caso di No More Nights, di una melodia che potrebbe anche essere più enfatizzata o valorizzata. Il finale Old Soul è solo per acustica e voce e conferma Littell artista capace di essere personale nella scrittura, pur utilizzando uno stile con un chiaro riferimento artistico.

Il disco è registrato ad Eboli e prodotto dallo stesso Littell con particolare enfasi sul lavoro alla chitarra elettrica di Luigi Sabino, con un risultato che conferma come ormai ovunque in Italia, anche al sud, siamo capaci di produrre quel genuino american-sound che inspiegabilmente però mai abbiamo sentito arrivare nelle radio nostrane, in tutti questi anni di piena crescita dei nostri artisti.

lunedì 5 marzo 2018

ZACHARY RICHARD

Zachary Richard 
Gombo
[
Rz Records 
2017]
zacharyrichard.com
 File Under: New Orleans stories

di Nicola Gervasini (12/01/2018)
Non sto neanche più a tediarvi su quanto l'opera di Zachary Richard meriti un'attenta riscoperta, di come il suo Migration del 1978 è probabilmente uno dei dischi più ingiustamente dimenticati dal mondo (tanto da non aver goduto di degne ristampe), di come da tempo andrebbe rivalutato non solo per la sua bravura di perfomer zydeco/cajun, ma proprio per la sua penna, capace di ballate bellissime. Farei prima magari a dirvi i dischi da evitare come primo approccio, magari proprio quel Last Kiss del 2009 che pareva confezionato ripulendo il sound a beneficio di un'utenza extra-New Orleans, ma sono casi sporadici. Perché anche il nuovo album Gombo (vero termine francese per il Gumbo, il famoso stufato di New Orleans) mantiene il passo di precedenti bellissimi titoli come Lumière Dans Le Noir (2007) e Le Fou (2012), e semmai il difetto è proprio che resta difficile un po' trovarci delle differenze.

Ed evasa subito in apertura la pratica del manifesto stilistico (Zydeco Jump), l'album si immerge in una serie di racconti delle paludi raccontate in quel francese/americano che rappresenta la sua veste espressiva migliore, avendo ormai fondamentalmente fallito i tentativi di proporsi con successo ad un pubblico anglofono. Il difetto forse sta più nell'eccessiva lunghezza del disco, a fronte di poche variazioni sul tema, ma, prese una alla volta, queste canzoni hanno tutte qualcosa da lasciare nei nostri cuori. E non può non attirare subito l'attenzione Au Bal Du Bataclan, brano dedicato all'attentato terroristico di Parigi, co-firmato con la pittrice Mélissa Bonin e il songwriter Charlélie Couture, sorta di storia d'amore nata casualmente nel locale la sera sbagliata, ma cementata proprio dalla tragedia. Oppure La Ballade D'Émile Benoit, dedicata ad uno dei violinisti che hanno praticamente scritto la storia della musica canadese francofona del secolo scorso. Ed è proprio l'amore per le tradizioni che muove la maggior parte di questi brani, come la bella Jena Blues, o come la triste storia ecologica di La Ballade du Irving Whale, canzone dedicata al naufragio di una petroliera nel 1970 che causò danni ancora oggi visibili sulle coste canadesi.

Nella lunga tracklist c'è tempo anche per qualche ospitata, buona occasione per noi per scoprire artisti poco conosciuti come Robert Charlebois che duetta in Catherine Catherine e la beninese Angélique Kidjo coinvolta in Fais Briller Ta Lumière (in Africa è una star, la conoscono i fans di Carmen Consoli che la ospitò nell'album Eva contro Eva). Nella quantità ovvio che ci sia qualche passaggio non dico a vuoto, ma semplicemente ordinario, ma in genere il disco conferma il suo stato di grazia. Co-prodotto con il pianista David Torkanowsky, collaboratore di vecchia data, l'album si avvale di molti validi musicisti, tra cui spiccano Rick Haworth (chitarra, lap-steel e mandolino), Roddie Romero (fisarmonica) e il violinista Francis Covan. E ogni volta è un "bentornato Zachary!".

lunedì 26 febbraio 2018

JUANITA STEIN

Juanita Stein 
America
[
Nude/ Goodfellas 
2017]
juanitastein.com File Under: aussie country

di Nicola Gervasini 
(12/10/2017)
A metà degli anni zero gli australiani Howling Bells furono una delle tante scoperte dell'etichetta Bella Union, vera e propria fucina di talenti indie dei nostri anni, eppure non sono mai riusciti a diventare un nome di punta del genere, nonostante i loro quattro album pubblicati tra il 2006 e il 2014 abbiano sempre ricevuto riscontri più o meno positivi. Troppo indefinibile il loro mix musicale (se guardate Wikipedia si citano Hendrix e i Mazzy Star, e già capite la confusione), ma sicuramente a definire il suono della band è sempre stata la voce di Juanita Stein, non un'artista sconosciuta visto che ha già quarant'anni e una lunga gavetta negli anni 90 e primi duemila con i Wakiki. 

America
, titolo fin troppo semplice per definire dove si guarda musicalmente, è il suo primo album solista, e fa capire subito da quale luogo vengono certe svisate country-roots già presenti nei dischi della band. La copertina parla chiaro e soprattutto usa un linguaggio risaputo: America vuol dire l'epica dell'On The Road, l'idea di cinema che è possibile costruire dietro tutte le storie che la terra promessa sa raccontare. E vuol dire un suono che è quello di tante altre artiste statunitensi. E qui sta il primo difetto del disco, l'abusare di un immaginario ormai fin troppo consolidato. Non fa eccezione il video di Dark Horse che accompagna l'album, sognante road movie con tappa nei pub americani a suonare per pochi intimi, visite obbligate ai record-stores, e finale con omaggio ai mille buskers che allietano con chitarre più o meno accordate le strade delle città statunitensi. Tutto bello, ma tutto già visto, e non fa eccezione l'album, sicuramente interessante per le corde dei nostri lettori, quanto però anche un po' furbo nel cercarne a tutti i costi il plauso.

Il singolo e Florence che aprono l'album fanno comunque ben sperare, la seconda soprattutto è una ispirata ballata con un bell'intreccio di chitarre alla Chris Isaak che parla di estraniamento e trova la melodia giusta per insediarsi nella mente fin dal primo ascolto. Non scorre però così bene il resto: Black Winds è una eterea marcetta che ha lo stesso ritmo e le stesse pretese di viaggio psichedelico di White Rabbit dei Jefferson Airplane, la più suggestiva I'll Cry e Stargazer si ascoltano volentieri ma eccedono in sospiri, leziosità e tastierine, mentre quasi meglio va con Shimmering, etereo brano vicino a certe soluzioni vintage sentite dalla Nicole Atkins più recente. La Stein torna a dimostrare buona penna in Someone Else's Dime, ma poi si barcamena sullo stesso giro di Lay Lady Lay di Dylan costruendoci sopra una propria canzone chiamata It's All Wrong con buona teatralità ma poca originalità. Se Not Paradise, sorta di pop song in stile sixties, non aiuta a far risalire il ritmo, bene fa nella country-ballad Cold Comfort, un numero "alla Caitlin Rose" dice la Stein, prima che America chiuda il tutto con una lettera d'amore quasi tautologica visto che nessuno fino a quel momento avrebbe avuto dubbi sul suo amore per gli States e la musica di Roy Orbison e Loretta Lynn.

lunedì 19 febbraio 2018

CURTIS HARDING

Curtis Harding 
Face Your Fear
[
Anti-/ Self 
2017]
curtisharding.com
 File Under: soul power

di Nicola Gervasini (01/12/2017)
Non so a quale versione o era della soul-music siamo arrivati, ma va detto che nella "black music" (il termine pare ancora in uso nonostante il pensiero politically correct lo sconsiglierebbe) sembra serpeggiare ancora qualche spinta creativa. Il revival-soul degli anni 2000 sta forse mostrando la corda, ma è stato importante perché ha archiviato il ventennio 80-90, in cui il genere ha inseguito sonorità moderne con risultati non sempre esaltanti, lasciando così all'hip hop il campo libero per fare da portabandiera del settore. Non tutti nascono Stevie Wonder o Prince, e non ne nascerà più uno probabilmente, ma personaggi come D'Angelo o Cody ChesnuTT hanno perlomeno trovato una originale formula di riassunto di tutte le puntate precedenti.

È nello spazio aperto da questi nomi che si infila il giovane Curtis HardingFace Your Fear è il suo secondo album, e arriva a dare conferma del suo talento dopo che Soul Power del 2014 lo aveva portato alla ribalta. La definizione di questa nuova soul-music la diede lui stesso, coniando il termine "slop'n'soul", dove basta dire che slop indica gli avanzi del cibo per capire la filosofia di base. Apertura totale a tutte le influenze di musica black e non solo dunque, esercizi di stile al servizio però di canzoni con la C maiuscola. E qui sta il punto a suo favore: Harding infatti non si limita come tanti nuovi paladini del soul ascoltati in questi ultimi 20 anni a scrivere brani che sarebbero potuti apparire in qualsiasi disco di Otis Redding o James Brown, ma cerca di essere anche autore. Wednesday Morning Atonement apre il disco alla grande, tra archi sintetizzati e chitarre distorte alla Bobby Womack, e raggiungendo quel perfetto equilibro tra vintage e moderno che Lenny Kravitz cerca inutilmente da anni. Il disco continua in piena atmosfera da film Blaxploitation anni settanta, con Face Your Fear On And On, nulla che Curtis Mayfield non avesse già pensato di fare 40 anni fa, ma rigenerato con quello che poi il buon Curtis si è perso lasciandoci nel 1999, proprio poco prima che il mondo musicale tornasse ad essere favorevole ad un suo eventuale grande ritorno. 

Go As You Are 
strizza l'occhio alla funk-music dei Temptations dei primi anni settanta, la bella Till The End torna ancora più indietro pescando nel sound Motown degli anni sessanta (con tanto di campanellini alla Supremes). Ma il viaggio non è finito, perché Dream Girl riposta la linea del tempo all'era disco, e Welcolme To My World recupera il funky suadente dell'Isaac Hayes più sessualmente attivo. Tanto stile, ma anche qualche melodia azzeccata e perfettamente radiofonica come Ghost Of You, o sound cinematografici come una Need My Baby che sembra sputata fuori dalla colonna sonora del serial Get Down. La produzione al solito accorta e professionale di Danger Mouse è il valore aggiunto di un album che ancora tiene viva la fiamma di un mondo musicale che da anni non smette di influenzare tutto il pop mondiale.

lunedì 12 febbraio 2018

RICHARD THOMPSON

Richard Thompson 
Acoustic Rarities 
[
Beeswing 
2017]
richardthompson-music.com
 File Under: lost gems

di Nicola Gervasini (17/11/2017)
Neanche il tempo di godersi il volume due della serie Acoustic Classic, che Richard Thompson pubblica una sorta di capitolo tre non più rivolto a chi necessita di una introduzione soft al suo songbook, ma ai fans che ancora aspettano che lui apra completamente i suoi archivi storici. Acoustic Rarities comincia a farlo partendo da una raccolta di demo in studio per sola chitarra e voce. Acquistabile anche direttamente in coppia con Acoustic Classic Vol 2, l'album rappresenta una chicca davvero imperdibile, e non solo perché, come non smetteremo mai di ripetere fino alla nausea, Thompson è maestro di tecnica e stile, due componenti che raramente vanno allo stesso passo con tale perfezione, ma anche perché probabilmente queste quattordici canzoni sono il meglio di uno sterminato archivio che speriamo Richard abbia l'accortezza di sfruttare senza troppe esagerazioni nel corso dei suoi ultimi anni di carriera.

What If è una registrazione recente con sovraincisioni di voci e chitarre, con un effetto a più livelli che ricorda il Robyn Hitchcock di Eye; They Tore The Hippodrome Down è invece un brano davvero splendido ma ad oggi completamente inedito, come lo sono anche She Played Right Into My HandsPush And Shove (una outtake quasi rock and roll di Rumor and Sigh), Alexander Graham Bell (anche se già recuperata in altra versione dal cofanetto The Life and Music of Richard Thompson del 2006) e I Must Have A March. Altro pugno di canzoni sono brani poi prestati ad altri artisti come Seven Brothers, che fu registrata da Blair Dunlop per l'album Blight and Blossom del 2012, o la classicamente folk Rainbow Over The Hill, un pezzo suonato spesso dal vivo dall'Albion Band già negli anni Settanta e presente tra le bonus track del loro album Rise Up Like The Sun del 1978. Il restante è composto da versioni alternative di brani già noti del suo catalogo come Never Again (da Hokey Pokey), Poor Ditching Boy (Henry The Human Fly), End Of The Rainbow (I Want To See The Bright Light Tonight), mentre spiccano due remake presi da Full House dei Fairport Convention, la sempre stupenda Sloth, e Poor Will And The Jolly Hangman.

Da segnalare infine una versione scarna di I'll Take All My Sorrows To The Sea, brano che faceva parte di un'opera teatrale scritta dallo stesso Thompson ('Interview With Ghosts') e presentata nel 2012 con una orchestra sinfonica come accompagnamento. Non sarà il primo album da acquistare di Richard Thompson, ça va sans dire, ma se già avete gli altri suoi capolavori, allora non potrete non trovare lo spazio anche per Acoustic Rarities.

lunedì 5 febbraio 2018

SHARON JONES & The Dap-Kings

Sharon Jones & The Dap-KingsSoul of a Woman
[Daptone 2017]
sharonjonesandthedapkings.com

 File Under: farewell records
di Nicola Gervasini (14/12/2017)
La brutta notizia era arrivata nel 2013, alla vigilia della pubblicazione di Give the People What They Want, quinto album della fortunata epopea di Sharon Jones e dei suoi Dap-Kings. Sharon aveva un cancro, e purtroppo al pancreas, uno dei peggiori. Ci ha poi lasciati il 18 novembre del 2016, dopo che ha combattuto fieramente la sua battaglia, presentandosi sul palco anche senza i capelli persi per la chemioterapia, e non cessando mai, finché ha potuto, l'attività.

D'altronde lei al successo ci è arrivata tardi: è morta a 60 anni, ma aveva esordito solo a 45, dopo una lunga carriera da corista più o meno amatoriale. Nel 2002 il suo Dap Dippin' with Sharon Jones and the Dap-Kings è stato un disco cardine del movimento New Soul, perché non solo ha ravvivato una tradizione in crisi da almeno due decenni con un piglio classicista mai fuori dal tempo, ma anche creato attorno alla band dei Dap-Kings e alla Daptone Records una scena di nuove (Charles Bradley) e vecchie (Lee Fields) leve del soul divenuta importante negli anni zero. 

Soul Of A Woman
 è il suo sesto album di inediti (escludendo l'album natalizio di due anni fa), e come tutti i dischi registrati da un artista già pienamente conscio della sua morte imminente, è un album che non punta più a cercare di essere faro illuminante di una scena, ma semplicemente di riassumerla portando gioia e voglia di vivere all'artista stesso e al pubblico che ne sarà presto orfano. In fondo era tutta una questione di tempo il fatto di registrare queste canzoni, sembra averci voluto dire fin dall'iniziale A Matter Of Time, piccolo manuale del grande arrangiatore offerto dal bassista e produttore Bosco Mann. Se la malattia pare avesse intaccato troppo le doti vocali di Sharon, il disco offre come al solito la grande lezione degli arrangiamenti dei fiati dei Dap-Kings, degni eredi dei Tower Of Power, in grado da soli a tenere il ritmo anche di un brano tutto sommato già sentito come Sail On.

La ricetta della soul-music infatti la conoscete già anche voi, e Sharon si guarda bene di sconvolgerla, come quando offre il numero lento "alla James Brown" di Just Give Me Your Time (se vi distraete un attimo, vi ritroverete anche voi a cantarci sopra "This is a man's world!"). E via di numeri noti: una Come and Be a Winner che sa di collaborazione Burt Bacharch/Dionne Warwick, una Rumors che vira al soul bianco alla Dusty Springfield, la ballatona soul alla Solomon Burke di Pass Me By, il Curtis Mayfield più urbano riscontrabile in Searching For a New Day e il momento di raccoglimento di These Tears (No Longer For You), dove siamo in piena zona Gladys Knight & The Pips. C'è tempo ancora per When I Saw Your Face Girl! prima del toccante finale di Call On God, brano che Sharon scrisse nel 1970, e che oggi funge da religioso commiato per una delle voci nere più importanti degli anni 2000. E intanto cala un nuovo sipario sulla musica Soul.

lunedì 29 gennaio 2018

NONA HENDRYX & Gary Lucas

Nona Hendryx & Gary Lucas
The World of Captain Beefheart 
[
Knitting Factory 
2017]
garylucas.com
 File Under: The Perfect Replica

di Nicola Gervasini (04/01/2017)
Se di Captain Beefheart ricordiamo la sregolatezza stilistica molto più che le sue doti di autore, la colpa è anche un po' dei tanti critici che lo hanno osannato nel tempo. Per decenni il suo nome è stato quasi esclusivamente legato al disco "Trout Mask Replica" del 1969, simbolo della lotta al mainstream e alle convezioni sonore, quando invece la sua discografia offre anche altro. Oltretutto la sua "riscoperta" è stata spesso legata alla spasmodica ricerca di precedenti nello stile assunto da Tom Waits da Swordfishtrombones in poi, e non da una effettiva attenta rilettura della sua opera. Ma il revisionismo storico che ha coinvolto da tempo tutto il Classic Rock non poteva non arrivare prima o poi anche a lui, e così proprio mentre in Italia la casa editrice Arcana pubblica coraggiosamente uno dei primi libri dedicati interamente a lui (Captain Mask Replica di Francesco Nunziata), senza troppi clamori esce questo disco tributo voluto dal suo storico chitarrista Gary Lucas e affidato alla voce di Nona Hendryx.

Clamori che invece The World of Captain Beefheart meriterebbe, non fosse altro perché Don Van Vliet (questo era il suo vero nome) ne ha avuti pochi fino ad oggi (nel 1988 la Imaginary Records ne pubblicò uno molto interessante intitolato Fast 'n' Bulbous, affidando i pezzi a mostri dell'alternative del tempo come Sonic Youth, XTC o That Petrol Emotion), o se paragonato alla media dei tribute-records degli ultimi decenni. La Hendryx è stata una eroina degli anni ottanta, sia come corista preferita dai Talking Heads, sia con una serie di dischi di frizzante pop-soul dell'epoca. Che fosse ancora in forma lo aveva già dimostrato con il comeback-record Mutatis Mutandis del 2012, ma qui, grazie alle canzoni del Capitano e ad un Lucas in grande spolvero (e che forse andrebbe citato più spesso quando si parla di chitarristi innovativi), il risultato è sorprendente. E fa piacere poter riscoprire brani dall'ottimo album Clear Spot del 1973 come Sun Zoom Spark, con la sua slide-guitar martellante, una Too Much Time trasformata in ballata soul, il quasi-gospel di Her Eyes are a Blue Million Miles (dove Lucas dimostra di saperci fare anche con sonorità più pulite), e soprattutto la splendida My Head Is My Only House Unless It Rains, quasi una ballata alla Carole King in questa versione.

E che dire di I'm Glad, soul-pop alla Dusty Springfield uscita da quel calderone di grandi canzoni che era Safe As Milk del 1969, da cui si riprende anche l'immortale Sure 'Nuff 'n Yes I Do. Impressionano il blues di When It Blows Its Stacks (da The Spotlight Kid del 1972), una The Smithsonian Institute Blues (era su Lick My Decals Off, Baby del 1970) che fa capire molto della musica di gente come Jon Spencer, e l'acido strumentale Suction Prints ripresa da uno dei suoi ultimi dischi, Shiny Beast (Bat Chain Puller) del 1978, da cui proviene anche la finale Tropical Hot Dog Night. Da Trout Mask Replica arrivano invece When Big Joan Sets Up (guarda caso l'episodio più sregolato e sperimentale) e una più convenzionalmente blues Sugar 'n Spikes.

Disco che consiglio anche se non conoscete bene l'opera di Captain Beefheart, o soprattutto se, come molti, vi siete fermati un po' intimoriti a Trout Mask Replica pensando potesse essere tutto lì il suo genio. C'è altro, ve lo assicuro, e magari partire da questo disco potrebbe essere il modo giusto per convincersene.

sabato 30 dicembre 2017

LUKE SITAL-SIGH

Luke Sital-Singh
Time is a Riddle
[
Raygun Records/ Goodfellas 
2017]
lukesitalsingh.com
 File Under: God Is In The House

di Nicola Gervasini (10/11/2017)
Nome difficile da ricordare e anche un po' da pronunciare quello di Luke Sital-Singh, artista venuto alla ribalta nella scena inglese nel 2014 con il disco di esordio The Fire Inside (nulla a che vedere con Bob Seger). Fu una scoperta dei dj della BBC, che mandarono in onda parecchie canzoni del disco e di altri EP precedentemente pubblicati, facendolo diventare un piccolo fenomeno da fruizione online. Lui, un giovane brit-folker innamorato della musica indie anni 2000, ha mantenuto l'umiltà, facendosi le ossa come solitario opening-act per Villagers e Marta Wainwright, e non perdendo lucidità in vista di un secondo album che qualcuno nella terra di Albione definirà "atteso".

Noi lo scopriamo oggi e, sebbene non ci sia da credere che possa essere la "Next Big Thing" della musica britannica (ma poi è ancora possibile averne qualcuna in questo scenario?), segnaliamo l'album Time Is A Riddle come un buon prodotto per quelle giornate autunnali che quest'anno stavano tardando ad arrivare. La title-track ha avuto anche funzione di singolo apripista lo scorso maggio, con anche buoni riscontri. E' una buona gospel-song al piano (il video guarda caso lo riprende in una Cattedrale) che ricorda alquanto il Bill Fay riesumato degli ultimi dischi, ma con una voce che cerca l'estetica vocale di John Grant. L'elemento spirituale e religioso è preponderante nel brano, ma anche in tutti gli altri, a partire dall'iniziale Still, che ha un coretto che in qualche modo ricorda l'appeal radiofonico dei Lumineers di Ho Hey, fino alla bella Oh My God, mid-tempo che occhieggia al cantautorato americano alla Ryan Adams più depresso (o anche al Will Hoge più recente).

La produzione predilige i suoni di piano e tastiere, ma tiene alto anche il volume di una batteria alquanto effettata e rimbombante che dona al tutto quel vago sapore anni 80 che è di moda ora. Il disco infatti non sfugge ad un certo hype del momento (Rough Diamond Falls ricorda - ma in meglio, state tranquilli - una delle hit radiofoniche per ragazzini degli scorsi mesi, Human di Rag'n'Bone Man), ma trova anche momenti assai ispirati e intimi (Until The Night Is Done) da vero cantautore solitario. Il disco ha un passaggio di leggera stanca nella parte centrale con una Nowhere's Home che non lascia il segno e una Cynic per solo voce e tastiere che abbassa un po' la tensione, prima di una Innocence in cui il tasso di Ryan Adams nell'ispirazione va un po' oltre il livello di guardia, ma che si fa comunque apprezzare, se posto sotto la voce "bravi seguaci e allievi". Nel finale si fa notare la pianistica Killing Me in cui risaltano le sue ottime doti vocali, prima di una chiusura ancora in tono religioso con Slow Down.

lunedì 25 dicembre 2017

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lunedì 18 dicembre 2017

BRUCE COCKBURN

Bruce Cockburn 
Bone on Bone
[True North/ IRD 
2017]
brucecockburn.com
 File Under: San Francisco Nights 

di Nicola Gervasini (02/10/2017)
Unidici anni fa esatti esordivo sulle pagine di Rootshighway con una tiepida recensione all'album Life Short Call Now di Bruce Cockburn. Unidici anni nella vita di un uomo sono tanti, e se di cose me ne sono successe tante (e giustamente non ve ne frega saperle), non lo stesso potrei dire del vecchio Cockburn, la cui vita artistica da allora è stata caratterizzata da un solo album (Small Source Of Comfort del 2011) e da una pigra attività da vecchio padre della musica folk canadese. Il viaggiatore aveva smesso di viaggiare, e anche un po' di creare. Bone On Bone arriva dunque atteso, ma forse neanche troppo, perché di Cockburn stavamo cominciando ad abituarci a parlare al passato. Ma si sa, i vecchi leoni dormono tanto, poi quando ruggiscono un po' di paura la fanno sempre, soprattutto se, come nel caso di Bruce, la voce comincia ad arrochirsi, tradendo una età ormai over 70, con una mancanza di fiato che si fa sentire.

Ma il grande artista è colui che fa di necessità virtù, per cui Bone On Bone ripresenta una scaletta assolutamente prevedibile, ma riletta con un nuovo modo di cantare. In più, fortunati noi, rispetto ai due precedenti dischi, i brani tornano ad essere di gran spessore. Il menu quindi è il solito, ma di uno dei migliori ristoranti in circolazione. Tra i piatti migliori ci sono il micidiale giro di acustica di The State I'm In, la ballata ispirata di 40 Years In The Wilderness, il talking di 3 Al Purdy's (qui produce Julie Wolf), il cajun/gospel di Stab At Matter, l'immancabile strumentale in fingerpicking della title-track, fino alla consueta concessione alla madrelingua di Mon Chemin. E poi, vista la nuova voce, perché non buttarla un po' sul blues, anche se non è il suo genere. Non che non ne abbia mai fatti in carriera, ma brani come Mama Just Wants to Barrelhouse All Night Long Kit Carson, per citarne alcuni, erano blues-songs adattate alla sua vocalità non certo aggressiva, mentre qui in brani come Cafe Society o nel mezzo spiritual di Jesus Train, Cockburn si cala nel personaggio del vecchio blues-singer con più convinzione.

Produce come al solito Colin Linden, e stavolta al posto del violino che aveva colorato il sound del precedente capitolo, ritroviamo la cornetta di Ron Miles (un protégé di Bill Frisell) a fargli ritrovare quel vago gusto di jazz che insaporiva i suoi dischi degli anni Settanta. Da notare la presenza del nipote John Aaron Cockburn alla fisarmonica, protagonista negli intensi sette minuti di False River. Restano anche le sue caratteristiche note di copertina, con date e luoghi di scrittura dei singoli brani, ma il fatto che indichino per la maggior parte San Francisco, luogo dove ha registrato il disco, mostra quanto il viaggio sia ormai finito, e il disco sia frutto di una full-immersion compositiva di circa due mesi, fatto un tempo insolito per lui.

Sarà vecchio, ma che gli dei ce lo conservino anche così. Anche perché delle mie vicende non ve ne fregherà, ma, per la cronaca, il "vecchio Cockburn" si è risposato nel 2011 e ha avuto una figlia, e con la nuova famiglia ha abbandonato il Canada proprio per la "sunny" California. Che è un altro tipo di viaggio, certo non meno avventuroso.

giovedì 30 novembre 2017

WILLIAM THE CONQUEROR

William the Conqueror
Proud Disturber Of The Peace


[Loose Music / Goodfellas 2017]
williamtheconqueror.net


 File Under: The many faces of Americana

di Nicola Gervasini (26/10/2017)
Per la storia William The Conqueror era Guglielmo il Bastardo, ufficialmente poi Re Guglielmo I re D'Inghilterra nel 1066, primo capostipite di una dinastia, quella dei Normanni, che impera ancora oggi nel Regno Unito. Nome impegnativo quindi da dare ad una band, ma Ruarri Joseph, hipster di Edinburgo, non teme confusioni storiche dal momento che, dopo quattro album da solisti, ha deciso di fondare un trio. Quando esordì nel 2007 (l'album era Tales of Grime and Grit) a sorreggerlo c'era una major come l'Atlantic, dove evidentemente qualche buon marketing manager aveva deciso che i folksinger solitari e barbuti qualcosa ancora riuscivano a vendere tra le ceneri di un mercato discografico sempre più ingovernabile, ma già dal secondo capitolo Both Sides of The Coin per Joseph iniziò la vita delle etichette indipendenti e dell'auto-promozione.

Per capire da quale tradizione venga il suo stile, basta solo dire che nel terzo album (Shoulder to the Wheel del 2010) compariva una cover di Sixto Rodriguez. Proud Disturber of The Peace (bel titolo…) potrebbe essere considerato quindi il suo quinto album, visto che i due partner nell'avventura (Harry Harding e Naomi Holmes), si limitano dare corpo alle sue bizzarre canzoni. Il risultato sa comunque molto più da band che i suoi dischi precedenti, con uno stile che abbraccia tutto quanto di americano si possa rastrellare nella tradizione folk, con quel tocco di follia cantautorale british alla Robyn Hitchcock che non stona. Dopo la sventagliata di acustiche di In My Dreams, è il bel singolo Tend To The Thorns che trova una nuova via di riconciliazione tra l'indie-folk anni 2000 e certo cantautorato post-grunge alla Jeff Buckley e Elliott Smith. Did You Wrong è un numero più classicamente roots-rock, con chitarre elettriche in evidenza (sempre in tema anni 90 torna quasi in mente il purtroppo dimenticato Pete Droge), mentre nell'ottima Pedestals salta fuori il John Mellecamp più folk che è in lui.

Il livello compositivo è alto, anche nei testi, che hanno quel tono introspettivo classico del genere ma con una buona dose d'ironia ad evitare deragliamenti nell'epicità eccessiva di certo immaginario americano. Sunny Is The Style è la ballatona che Ray LaMontagne non riesce a (o non ha più voglia di…) scrivere, e chiude una ipotetica facciata A (la scaletta del cd divide lato a e lato B come un vecchio vinile) per riaprire le danze con la magnifica The Many Faces of A Gold Truth, sorta di funky metropolitano con chitarre e fiati in evidenza che ricorda certi momenti dediti al soul di Jesse Winchester, come anche il folk corale della title-track. Cold Ontario fa sfoggio di un bell'incrocio di cori e piano da barrelhouse, mentre Mind Keep Changing è addirittura un blues vecchia maniera con un gran tiro e crescendo finale. Si chiude con l'acustica e "neilyounghiana" Manawatu un disco davvero sorprendente, non certo per originalità, quanto per freschezza. Scopritelo.

GUY LITTELL

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